Tecnologia e occupazione

Tecnologie e occupazione: minaccia o opportunità di lavoro?

Tecnologia e lavoro: il rapporto tra computer e lavoratori

Tecnologia e lavoro. Due settori strettamente collegati il cui rapporto, negli ultimi anni in cui lo sviluppo tecnologico è progredito in modo esponenziale (stando alla legge di Gordon Moore, fondatore di Intel, postulata nel 1965 la potenza di calcolo dei computer raddoppia ogni 18 mesi), ha spesso fatto sorgere dibattiti circa i vantaggi o piuttosto gli svantaggi che una sempre crescente tecnologicizzazione delle attività produttive possa portare ai lavoratori. Se già nel XIX Secolo Karl Marx, teorico del comunismo, considerava l’automazione del proletariato come una caratteristica necessaria del capitalismo, il grande timore circa un’eccessiva crescita delle capacità di macchine e computer e quindi del ruolo da loro ricoperto in ambito lavorativo è quello che tale fenomeno possa portare a una minore richiesta di forza lavoro “umana”, riducendo i posti di lavoro e causando così una notevole crescita del tasso di disoccupazione. Agli estremi, questa teoria, vedrebbe il mondo in un futuro prossimo o remoto somigliare a quello dei romanzi fantascientifici di Isaac Asimov dove (“Io robot”, da cui è tratta l’omonima pellicola con Will Smith), i robot sono in grado di sostituire in tutto e per tutto gli esseri umani, arrivando così allo scontro tra le due specie.

Come l’innovazione tecnologica cambia il mercato del lavoro

In realtà, gli studi portati avanti da alcune società del settore negli ultimi decenni, mostrano come la conseguenza diretta di una maggiore meccanizzazione del lavoro non sia la diminuzione della richiesta di prestazioni umane, quanto piuttosto una conversione delle attività di cui il mercato del lavoro necessita, con la nascita di numerose nuove professioni. I miglioramenti di produttività raggiunti grazie alla crescente innovazione tecnologica, d’altra parte, generalmente si traducono non soltanto in un aumento di produzione ma pure in altri tipi di investimento: ricerca e sviluppo, in comunicazione, pubblicità, distribuzione, qualità del servizio al cliente e via dicendo, trasferendo risorse ad altri settori produttivi (ricerca, servizi professionali, trasporti e logistica, software, design etc.) e generando anche in essi nuovi posti di lavoro. Basti pensare, a mo’ di esempio, quanto l’avvento dei social abbia spinto le aziende di ogni tipo a dare sempre maggiore attenzione alla pubblicità ed alla comunicazione, portando alla nascita della figura del social media manager, tra le professionalità più richieste e meglio retribuite di quest’epoca. A sostegno di questa tesi, possono riportarsi due dati, l’uno facente riferimento alla realtà americana e l’altro a quella di casa nostra.

Cosa accade negli stati Uniti e in Italia

Per quanto riguarda gli U.S.A. uno studio pubblicato dalla Federal Reserve Bank nel 2001, che metteva a confronto il tasso di crescita dell’innovazione con il tasso di disoccupazione tra il 1980 d il 2000, mostrava come dal 1984 in poi all’aumento dell’innovazione corrispondeva una diminuzione della disoccupazione. In Italia, dal canto nostro, dagli anni ‘70 fino al 2009, se è vero che settore primario e secondario hanno perso un milione di lavoratori a testa, è vero anche che il terziario ha visto un incremento di cinque milioni di unità, con un saldo complessivo dunque nettamente positivo.

Formazione per le nuove professioni

Un passaggio tra settori ed una conversione di attività, certo, che ha proiettato la società nel terzo millennio ma che richiede anche una maggiore preparazione e specializzazione dei lavoratori; ed a questo si può arrivare solamente grazie all’effettivo riconoscimento, nella pratica, del diritto allo studio e della garanzia di sostegno nella propria formazione ai più capaci e meritevoli, pur se privi di propri mezzi, che nel nostro Paese la Costituzione garantisce all’articolo 34. Una formazione personale adeguata, e garantita dai propri meriti e non dalle proprie possibilità economiche, è senza dubbio fondamentale per far sì che, appunto, l’informatizzazione di questa epoca sia solo di supporto al lavoro umano e non crei invece squilibri ancora più evidenti tra le classi sociali. Uno sviluppo informatico non accompagnato da un’adeguata “istruzione” in tal senso della popolazione, infatti, correrebbe il rischio di arrivare ad una realtà come quella delle pagine di Asimov o come quella temuta e contrastata dalle proteste luddiste dell’Ottocento, quando gli operai iniziarono a sabotare la produzione industriale distruggendo i macchinari, visti come una concreta minaccia al lavoro salariato.

Lavoro che cambia con lo smartworking

In ultimo, a sostegno degli aspetti positivi legati allo sviluppo dei computer e dell’informatica, può citarsi ad esempio la possibilità che, nel recente lockdown, è stata data alle attività scolastiche di poter proseguire anche le scuole chiuse con la didattica a distanza, e più in generale quanto sia stato fondamentale in epoca di Covid poter svolgere numerose attività dal proprio domicilio, in smartworking. Una grande possibilità data dall’avvento della tecnologia, inoltre, è quella di poter mettere in comunicazione tra loro un numero anche elevato di soggetti, pur distanti, e di far sì dunque che offerta e richiesta di lavoro possano incrociarsi in maniera sempre crescente e che possa soddisfare sempre più sia aziende e datori, che lavoratori. Ma questo è un tema che merita una trattazione ulteriore e più approfondita. Bruno Marchionibus, Giornalista Pubblicista e Laureato in Giurisprudenza Profilo Facebook
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