Intelligenza artificiale

Come cambierà la nostra professione con l'intelligenza artificiale

Più o meno tutti conosciamo parole come “intelligenza artificiale”, “machine learning”, “reti neurali”, perché ne leggiamo e ne sentiamo parlare in continuazione: sono parole entrate nelle nostre vite e che addirittura – ci dicono – mettono a repentaglio i posti di lavoro, la privacy e creano timori sul nostro futuro.

Sono paure giustificate? Il fatto è che sono molto pochi quelli che hanno capito di cosa si parla realmente quando si parla di intelligenza. Il trucco stà semplicemente nel conoscere qualcosa e non fermarsi al suo nome.

Che fine faranno le professioni basate su una logica deduttiva per risolvere le questioni?

Iniziamo dalla definizione di Ai

La definizione più interessante di intelligenza artificiale, l’ho trovata nel libro Intelligenza Artificiale: L’impatto sulle nostre vite, diritti e libertà di Longo e Scorza “una forma di intelligenza non biologica, in grado di aprire scenari e di far capire il tipo di problemi che già abbiamo di fronte, di conseguenza anche quelli che ci possono aspettare nel prossimo futuro”.

L’intelligenza artificiale, quindi se ci si ferma all’idea di conoscere soltanto il nome di qualcosa, diventa un contenitore di ansie e di paure.

Infatti, a parte i ricercatori informatici che lavorano su problemi di intelligenza artificiale, sviluppando algoritmi e modalità di funzionamento pratico, si perde completamente la prospettiva e quindi la progettualità.

Quale sarà quindi l’impatto sulle nostre vite?

Secondo sempre il libro di Longo e Scorza, dopo aver spiegato le basi storiche e tecnologiche dell’intelligenza artificiale, si chiedono quali sino le promesse e quali siano i rischi che questa pone per la società e per l’economia, dalla privacy alla politica.

Vale a dire che, se non viene ben regolamentata dal legislatore, ci saranno, per via dell’intelligenza artificiale, una serie di scenari potenzialmente pericolosi per l’uomo (si pensi ai rischi etici, sociali e politici) oltre che al lavoro.

E qui gli autori gli autori si lanciano in una serie di valutazioni su quale sarà l’impatto sulle specifiche professioni.

Si va dagli autisti ai notai, dai commessi e cassieri a chi insegna o lavora nelle professioni sanitarie.

Il lavoro fatto è dettagliato, particolareggiato e unico, a che mette insieme l’impatto prevedibile e stimabile con quello imprevedibile del progresso tecnologico orientato all’intelligenza artificiale nel nostro Paese e non solo.

Longo e Scorza immaginano un mondo dove l’intelligenza artificiale interviene nella quotidianità delle nostre vite future: dalla casa all’automobile, fino alla sanità.

Per questo motivo sarà di primaria importanza per il legislatore regolamentare non solo il limite che tali algoritmi dovranno avere, ma anche tutelare il cittadino o consumatore, in caso di errori o valutazioni sbagliate che potranno generare conseguenze e quindi controversie e liti giudiziarie.

I tempi ormai sono stretti e incompatibili con quelli dell’evoluzione tecnologica, prima che le singole innovazioni superino le decisioni umane e che non davvero universali e quindi impossibili da modificare.

Quali sono i presupposti

I computer, osservano gli scienziati informatici, sono macchine deterministiche. L’elaboratore esegue i passi definiti dall’algoritmo trascritto nel software per risolvere un problema. 

Lavora in modo cioè deduttivo e totalmente prevedibile: se si inceppa e il problema non viene risolto è relativamente facile risalire al bug perché è tutto scritto e definito a priori.

La complessità estrema del software e dei sistemi oggi in funzione ci fanno talvolta dimenticare che comunque la capacità di calcolo degli elaboratori no modifica il fatto che il risultato sia stato preventivamente ipotizzato dall’uomo.

Quando però esegue un software di intelligenza artificiale, il paradigma è completamente differente.

L’algoritmo scelto dal programmatore infatti, viene addestrato con voluminose quantità di dati, che rappresentano casi risolti del problema, e viene così tarato in maniera tale da creare una serie di connessioni per cui vengono definite in maniera autonoma una o più soluzioni “originali”, cioè non predefinite dal programmatore.

Il sistema quindi diventa da deduttivo a induttivo, ovvero che induce la regola dagli esempi, anziché il contrario, di essere capace di dedurre il comportamento dalla regola.

I risultati conseguenti quindi sono una black box, nel senso che nessuno sa, salvo impegnarsi a fare un’opera di reverse engineering, quali siano in effetti i pesi e i criteri con i quali il sistema di intelligenza artificiale prende le decisioni nei riguardi di un cittadino o consumatore.

I computer non sono magia nera e non potranno mai avere coscienza

La conoscenza approfondita e non solo superficiale di cosa sia l’intelligenza artificiale serve quindi a comprendere il significato di quel che si intende parlando di intelligenza artificiale e al tempo stesso serve a togliere potere ad uno strumento che resta comunque un grande accumulatore di dati e di esempi su cui prendere decisioni, ma che comunque riguardano ambiti ben definiti e ripetuti.

Un computer non potrà mai risolvere un problema nuovo, mai visto prima e mai affrontato con esempi precedenti.

Ciò non toglie che bisognerebbe studiare il pensiero computazionale non solo come avviene oggi, polarizzato sulla costruzione dell’algoritmo, come mera forma di evoluzione tecnologica, ma anche sulla capacità di elaborare una riflessione più profonda sull’impatto delle nuove tecnologie sull’uomo.

Una sorta di liceo classico applicato all’informatica che possa farci apprendere quale impatto potrà avere l’intelligenza artificiale sui problemi sociali, economici, e giuridici e come far diventare l’intelligenza artificiale una risorsa universale e non ad appannaggio di pochi.

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